BIODIVERSITA' NEL VIVAISMO ORNAMENTALE.

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"LE ESPERIENZE DI PRODUZIONE ECOCOMPATIBILE E DI VALORIZZAZIONE DELLA BIODIVERSITA' NEL VIVAISMO ORNAMENTALE"

 

 

 

Ringrazio gli organizzatori del Convegno ed in particolare il direttore di LINEA VERDE per avermi invitato a partecipare. Trovo che le tematiche che mi accingo ad analizzare, proposte in questo convegno, siano di estremo interesse ed attualità, viste dal mio punto di vista che è quello del produttore di piante ornamentali. E' urgente infatti la necessità di risposte in termini di ecocompatibilità sia per la crescente sensibilità ambientalista che pervade oggi in toto il settore della produzione sia per l'odierna esigenza di esaltare gli ambienti in cui viviamo, valorizzandone gli elementi costitutivi.

 

La parola ecocompatibilità, coniata negli anni novanta, si riferiva a quei processi volti a minimizzare l'impatto ambientale del solo sistema industriale. Con il passare degli anni il concetto, sotteso a tale termine, ha finito per diventare più complesso e per ampliarsi fino a riferirsi alla sostenibilità ambientale di tutto il sistema produttivo, ivi compreso il settore agricolo.

 

In questo scenario infatti l'agricoltura ed in particolare il vivaismo ornamentale, che per sua natura opera direttamente sull'ambiente, sono chiamati a dare risposte in termini di sostenibilità ambientale.

 

Una produzione vivaistica che sia improntata all'ecocompatibilità deve tener conto del corretto utilizzo delle materie prime quali acqua, substrati, fertilizzanti, prodotti chimici. Farò alcuni esempi di buone pratiche già in uso volte al rispetto dell'ambiente:

 

il vivaista, già da tempo, pone grande attenzione all'utilizzo di acqua, avvalendosi di sistemi di irrigazione localizzati che ne permettono un risparmio di oltre il 40% rispetto ai tradizionali metodi di aspersione;

 

l'introduzione della fertirrigazione localizzata ha permesso di impiegare in modo mirato i fertilizzanti chimici poichè indirizza acqua e sali direttamente nell'area esplorata dalle radici, evitandone la dispersione lontano dalla pianta e riducendo la probabilità di contaminazione delle falde; 

 

l'impiego di tecnici agronomi,  che constatano l'effettiva necessità dell'utilizzo di presidi chimici per la difesa delle nostre piante, consente di realizzare trattamenti ad hoc e di evitare i vecchi "trattamenti a calendario" che realizzati periodicamente non tenevano conto di una reale necessità di intervento.

 

Quindi, come si può constatare da questi esempi, già da tempo il vivaista ha rivolto la sua attenzione verso metodi che riducano l'impatto ambientale della propria produzione, sicuramente mosso da motivi economici, siamo pur sempre delle imprese, ma certamente convinto della necessità di salvaguardare per primo il proprio luogo di lavoro: l'ambiente!

 

Adesso però il settore ha bisogno di dati più certi che ci permettano un continuo miglioramento  dell'utilizzo delle materie prime: dall'acqua alle sostanze fertilizzanti dai substrati di coltivazione al suolo. La conoscenza del loro corretto utilizzo applicato specificatamente alle nostre coltivazioni in contenitore ed in pieno campo contribuirebbe ad aumentare la sostenibilità della nostra produzione. Ma per far questo è necessario la collaborazione tra aziende e mondo scientifico, in particolare le Università: le prime detentrici del know-how, le seconde luoghi eletti per la ricerca e la sperimentazione. Già esistono chiari esempi di stretta partnership di questo tipo dove aziende vivaistiche mettono a disposizione tutto il loro bagaglio di conoscenza tecnico-pratica mentre il mondo della ricerca attraverso un attento esame cerca di estrapolarne dati scientificamente ed oggettivamente validi e, laddove necessario, di apportare delle correzioni. Penso alle collaborazioni che da qualche tempo esistono tra aziende vivaistiche pistoiesi ed Università di Firenze, o tra i vivai Umbri e l'Università di Perugia, ma sicuramente esistono anche altri esempi.

 

Ritengo fortemente che questa collaborazione debba essere sempre più intensa e fortemente incoraggiata dal mondo del vivaismo. Ma quello che in questa sede vorrei rilevare è che questo rapporto mutualistico tra mondo vivaistico, e mondo della scienza deve essere intensificato proprio perchè un settore che, come il vivaismo ornamentale italiano vuole essere moderno e restare al passo con i tempi se non addirittura esserne la guida, deve avere al suo fianco il mondo della ricerca che sempre più lo assista nelle sfide che continuamente ci troviamo ad affrontare. L'ecocompatibilità, infatti, dei nostri prodotti, la loro sostenibilità ambientale sono sfide di un futuro che ¨¨ già iniziato.

 

L'altro aspetto che in questa sede vorrei analizzare è quello della tipologia di varietà da produrre.

Comunemente si pensa che le specie autoctone richiedano meno cure e meno risorse rispetto a specie originarie di altri luoghi. Questo ¨¨ vero solo in parte perchè esistono esempi di specie esotiche riprodotte e coltivate nei nostri vivai con risultati sorprendenti dal punto di vista dell'adattamento.

Penso a varietà di abeti del Nord Europa o del Nord America che hanno trovato a Pistoia un luogo adatto al loro sviluppo, o varietà nuove di alberature che a Canneto vengono normalmente riprodotte, o, ancora, a diverse tipologie di Palme provenienti dal Sud America o Sud Africa normalmente coltivate in Sicilia.

 

Tutto questo è frutto del lavoro di sperimentazione di singoli che disposti a rischiare pur di trovare nuovi stimoli sono riusciti ad ampliare la gamma dei prodotti indirizzandosi però, sempre, su quelle varietà che rispondevano meglio alle condizioni ambientali del luogo di coltivazione. Per un vivaista, infatti, introdurre nuove varietà nella propria gamma produttiva è quasi un obbligo se vuole rimanere sul mercato, ma, poichè produrre ha ovviamente dei costi, nell'ambito di varietà esotiche si è cercato di orientarsi verso varietà che richiedono minori dispendi in termini di materie prime e di assistenza e, di conseguenza, un minor dispendio economico.

 

Tutto questo lavoro che regolarmente viene affrontato dalle aziende vivaistiche ha contribuito ad aumentare la Biodiversità della produzione. Tale termine, preso in prestito dal mondo scientifico ha un significato molto ampio che non è il caso qui di affrontare, ma che può ben rappresentare, nel nostro caso, la variabilità di varietà, cultivar e forme che si trova di fronte chiunque si affacci all'interno di uno qualsiasi dei nostri vivai.

 

A questo punto, però, vorrei fare una considerazione del tutto personale in merito: l'esigenza dettata soprattutto dal mercato di introdurre nuove varietà è una prassi oramai consolidata nel vivaismo ornamentale anche se con fortune alterne; talvolta ci sono stati pessimi risultati di adattamento, altre volte le piante esotiche hanno avuto successo, penso ad es. alla Photinia fraseri Red Robin che, originaria dell'Asia, ha trovato in Italia ed in Europa buone condizioni di sviluppo.

 

E questa capacità di rinnovarsi la si deve sicuramente anche alla forza imprenditoriale di questo settore che cresce si sviluppa continuamente. Questo continuo fermento, però, non ha impedito al vivaismo ornamentale nel suo insieme di mantenere come base della propria produzione quelle piante e quelle varietà che fin dagli inizi ne hanno stimolato e sostenuto la crescita. E così, che si parli di Toscana o di Lombardia, piuttosto che di Puglia o Liguria, tutte le realtà produttive italiane hanno mantenuto al fianco di varietà di linee esotiche innovative, quelle varietà colturali che sin dalle origini hanno costituito la spina dorsale della loro gamma produttiva.

 

Questo atteggiamento è secondo me fondamentale per evitare una eccessiva spersonalizzazione delle diverse realtà produttive e per garantire al tempo stesso una qualità sempre migliore. Ciò, sia ben inteso, non significa dover restare ancorati alle vecchie varietà colturali (ho sottolineato poco prima quanto sia importante per le aziende presentare nuovi prodotti) ma semplicemente non perdere di vista le proprie origini e quindi la propria identità. D'altra parte a dare una nuova immagine a certe antiche varietà ci ha pensato la fantasia dei produttori trasformandole attraverso nuove forme di allevamento. Nascono così Camellia japonica ad alberetto, Magnolia a spalliera, Tassi, Bussoli e Cedri di forme stravaganti, conifere ad alberetto...

Credo quindi di non sbagliare nell'affermare che in questo settore in particolare coesistono contemporaneamente innovazione e tradizione tanto che la prima, l'innovazione, non può che basarsi sulla seconda, la tradizione. Nell'ambito che qui stiamo analizzando tutto questo si traduce in una biodiversità produttiva costituta da prodotti nuovi, esotici e da una gamma di prodotti tradizionali ed autoctoni che caratterizzano i tratti salienti del luogo di coltivazione.

 

Questo però è il punto di vista del vivaista e cioè del produttore che è pur sempre guidato da logiche di tipo imprenditoriale.

Ben diverso, ritengo debba essere l'atteggiamento del progettista che qui vorrei brevemente accennare.

 

Proprio di recente mi è capitato di leggere su una rivista di un giardino ecocompatibile realizzato a Barcellona in cui il progettista, l'architetto Xavier Solsona, aveva creato un esempio di giardinaggio a secco rifacendosi ad un concetto nato negli Stati Uniti negli anni '80 e che prevede l'utilizzo di specie e soluzioni progettuali che consentono un consumo razionale dell'acqua, piante che richiedono poca manutenzione e poche cure fitosanitarie.

Mi baso proprio su questa esperienza per sottolineare quanto le scelte progettuali di coloro che utilizzano le piante da noi prodotte non possano prescindere dall'ambiente circostante, e quanto esse siano essenziali nella creazione di paesaggi ecosostenibili.

 

Lo stesso Porcinai, il più grande paesaggista italiano, affermava: "Possono appartenere al giardino tutte le piante, anche esotiche e rare, purchè lo consentano il terreno ed il clima e stiano in armonia estetica con l'ambiente".

 

Di conseguenza, se da un lato si parla, giustamente, di produzione ecocompatibile e che però esalti anche la biodiversità, dall'altro è necessario che l'utilizzo che di questa produzione ne viene fatto, sia altrettanto basato su principi di salvaguardia dell'ambiente e che, là dove possibile, esalti le novità varietali nel rispetto dei contesti vegetali preesistenti.

 

A conclusione, quindi del mio intervento, vorrei riprendere quanto affermato all'inizio e cioè che produzione ecocompatibile e biodiversità sono temi molto attuali di cui noi vivaisti dobbiamo appropriarci in un'ottica futura per farne dei principi nostri. Anzi, in un mondo dove, mass media, mondo scientifico e opinione pubblica sono concordi nell'affermare la crescente necessità di un¡¯attenzione sempre più marcata e consapevole all'ambiente, il vivaista deve mettere in risalto il proprio ruolo, di produttore di piante per sottolinearne gli aspetti di ecocompatibilità e di biodiversità che il nostro prodotto ha insiti. Non solo non è più concepibile, oggi un vivaismo che non pone attenzione all'ambiente ma al contrario deve sfruttare l'ecocompatibilità e la biodiversità del proprio prodotto sia per affrontare il mercato sia per dare un'immagine di se moderna e in linea con le esigenze attuali e future.

 

                                                                             Dott.ssa Gianna Masetti

 

 

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